Ormai non proviamo nemmeno più imbarazzo, noi che scriviamo nell'ombra, a confessare che siamo diventati blogger per promuovere i libri che le case editrici non sempre sanno o riescono a promuovere. Gli scrittori nell'ombra pubblicano con case editrici piccole, non vengono recensiti sui quotidiani importanti e sui magazine patinati, non sono ospiti di trasmissioni televisive di punta. Sono autori fai-da-te e alla fine si ingegnano per conquistare lettori con tutti i mezzi: i social network, i blog.
Mi piace far conoscere anche libri scritti da altri, intervisto scrittori di fama e sopratutto autori in ombra, autori come me.
Dal mio ultimo libro, Gli anni d'argento (Algra 2015), riporto una piccola galleria di personaggi. Si possono incontrare anche in una questa pagina Facebook. E, naturalmente, nelle pagine del libro.
Ringrazio ancora una volta Alfio Grasso, il mio editore, perché accompagna i suoi autori nel dopo-pubblicazione, con competenza ed entusiasmo.
CLARA
Clara Piccolo si aggirava per casa come una bestiola che non riesce a ritrovare la tana.
Vedova dall’età di cinquantanove anni, quando Mario – come ultimo di una serie di dispetti, amava ripetere – era stato fulminato da un aneurisma lì dove si trovava (al circolo a giocare a tressette, naturalmente, dove sempre più spesso si rifugiava da quando, dopo decenni di lavoro bancario, era andato in pensione), aveva concentrato su suo figlio Marcello le cure persecutorie che prima aveva diviso equamente fra i due uomini.
Assurto al ruolo di unico destinatario delle ansiose attenzioni di Clara, Marcello aveva finito per affrancarsene grazie a un matrimonio tardivo, che lo aveva consegnato alla vischiosa tenerezza di Marina, una donna scialba, invelenita da una lunga ricerca della stabilità affettiva, convinta di avere ricevuto dalla vita meno di quanto meritasse.
Clara, dopo l’iniziale spaesamento, si era gradualmente rassegnata a non esercitare più alcun controllo su quel figlio ormai quarantenne. Libera dai legami affettivi nei quali aveva riposto tante aspettative e che le avevano lasciato un retrogusto di incompiutezza e insoddisfazione, scoprì, una volta costruite nuove abitudini, che non doversi più prendere cura di qualcuno era un sollievo.
Clara Piccolo si aggirava per casa come una bestiola che non riesce a ritrovare la tana.
Vedova dall’età di cinquantanove anni, quando Mario – come ultimo di una serie di dispetti, amava ripetere – era stato fulminato da un aneurisma lì dove si trovava (al circolo a giocare a tressette, naturalmente, dove sempre più spesso si rifugiava da quando, dopo decenni di lavoro bancario, era andato in pensione), aveva concentrato su suo figlio Marcello le cure persecutorie che prima aveva diviso equamente fra i due uomini.
Assurto al ruolo di unico destinatario delle ansiose attenzioni di Clara, Marcello aveva finito per affrancarsene grazie a un matrimonio tardivo, che lo aveva consegnato alla vischiosa tenerezza di Marina, una donna scialba, invelenita da una lunga ricerca della stabilità affettiva, convinta di avere ricevuto dalla vita meno di quanto meritasse.
Clara, dopo l’iniziale spaesamento, si era gradualmente rassegnata a non esercitare più alcun controllo su quel figlio ormai quarantenne. Libera dai legami affettivi nei quali aveva riposto tante aspettative e che le avevano lasciato un retrogusto di incompiutezza e insoddisfazione, scoprì, una volta costruite nuove abitudini, che non doversi più prendere cura di qualcuno era un sollievo.
ISABELLA
Alla terza età Isabella Maggio era giunta preparata.
Aveva cominciato ad attrezzarsi poco dopo i cinquant’anni, provando a immaginare il tempo della pensione, ancora lontana. Insegnante di lettere nel migliore dei licei classici della città, era rimasta sola a quarantasei anni, quando suo marito, il bell’Edoardo, brillante chirurgo plastico, aveva messo fine a un matrimonio che durava da tre lustri. Era stata un’unione serena – le sembrava di poter dire – nonostante non fossero nati figli, che lui a un certo punto aveva sentito la necessità di andare a procreare con una trentenne placida e belloccia. Aveva appreso dalla voce incerta di suo marito – non senza avere già intuito la presenza di un’altra donna – che una paziente, tale Lavinia, era diventata per lui indispensabile praticamente da subito. Cioè da quando era entrata nel suo studio la prima volta, desiderosa di fare imprimere dal bisturi fatato di lui al proprio naso aquilino l’irrinunciabile spinta verso l’alto, foriera di felicità.
Dopo la separazione, Isabella aveva evitato di imbarcarsi in nuovi legami sentimentali. Si era concessa qualche fugace relazione, ma nessun uomo era riuscito a coinvolgerla profondamente. Ancora vitale, con molti e variegati interessi, si era trovata a suo agio nel decennio fra i cinquanta e i sessanta, che la maggior parte delle sue amiche sembrava vivere in ansiosa contemplazione dei cedimenti del corpo. Lei – che era stata una ragazza graziosa, e poi una donna di un certo fascino – non temeva la vecchiaia. Pensava che la fase delle energie scemate e della memoria claudicante dovesse essere affrontata con un’accurata progettazione del che fare.
Alla terza età Isabella Maggio era giunta preparata.
Aveva cominciato ad attrezzarsi poco dopo i cinquant’anni, provando a immaginare il tempo della pensione, ancora lontana. Insegnante di lettere nel migliore dei licei classici della città, era rimasta sola a quarantasei anni, quando suo marito, il bell’Edoardo, brillante chirurgo plastico, aveva messo fine a un matrimonio che durava da tre lustri. Era stata un’unione serena – le sembrava di poter dire – nonostante non fossero nati figli, che lui a un certo punto aveva sentito la necessità di andare a procreare con una trentenne placida e belloccia. Aveva appreso dalla voce incerta di suo marito – non senza avere già intuito la presenza di un’altra donna – che una paziente, tale Lavinia, era diventata per lui indispensabile praticamente da subito. Cioè da quando era entrata nel suo studio la prima volta, desiderosa di fare imprimere dal bisturi fatato di lui al proprio naso aquilino l’irrinunciabile spinta verso l’alto, foriera di felicità.
Dopo la separazione, Isabella aveva evitato di imbarcarsi in nuovi legami sentimentali. Si era concessa qualche fugace relazione, ma nessun uomo era riuscito a coinvolgerla profondamente. Ancora vitale, con molti e variegati interessi, si era trovata a suo agio nel decennio fra i cinquanta e i sessanta, che la maggior parte delle sue amiche sembrava vivere in ansiosa contemplazione dei cedimenti del corpo. Lei – che era stata una ragazza graziosa, e poi una donna di un certo fascino – non temeva la vecchiaia. Pensava che la fase delle energie scemate e della memoria claudicante dovesse essere affrontata con un’accurata progettazione del che fare.
Dopo l’occhiata
rituale alla sveglia che da quando era in pensione non puntava più
(segnava le cinque e trentotto), Giuseppe Conti si ricordò che era il
suo compleanno. Sessantatré anni.
Lasciò il letto con il solito scatto deciso. Guardandosi nello specchio del bagno, pensò che ogni tanto qualche coetaneo gli aveva detto di non riconoscersi, soprattutto al mattino. Gli era sembrato indelicato chiedere perché. Forse – pensava – ci si aspetta di rivedere lo studente diciottenne, o il baldanzoso trentenne che siamo stati. Come se il sonno potesse operare miracoli. Per Giuseppe era già abbastanza miracoloso che il sonno gli regalasse cinque ore e mezza di vacanza dai pensieri. Anche se Teresa diceva che secondo lei nemmeno dormendo suo marito lasciava riposare la mente. Lui si aspettava che lo specchio gli rimandasse esattamente quello che sapeva di essere: un anziano ben tenuto, fisico ancora prestante, viso stanco, borse scure sotto gli occhi e rughe, tante, mentre i capelli, sulla sommità del capo, si erano fatti pochi.
Si preparò il caffè, guardando fuori dalla finestra. Adorava quell’ora mattutina di luce incerta e presagi di quello che sta per essere. Come una pagina bianca, piena di possibilità. Maggio avrebbe riempito la strada di luce, di lì a poco.
Che fretta c’è? – si chiese.
Aveva voglia di restare lì, seduto davanti alla tazzina fumante, a osservare come cambiava il cielo, quel pezzetto che riusciva a vederne dalla sua cucina. Sapeva già quali imposte si sarebbero aperte prima delle altre, quali voci avrebbero spezzato il silenzio del giovane mattino.
Lasciò il letto con il solito scatto deciso. Guardandosi nello specchio del bagno, pensò che ogni tanto qualche coetaneo gli aveva detto di non riconoscersi, soprattutto al mattino. Gli era sembrato indelicato chiedere perché. Forse – pensava – ci si aspetta di rivedere lo studente diciottenne, o il baldanzoso trentenne che siamo stati. Come se il sonno potesse operare miracoli. Per Giuseppe era già abbastanza miracoloso che il sonno gli regalasse cinque ore e mezza di vacanza dai pensieri. Anche se Teresa diceva che secondo lei nemmeno dormendo suo marito lasciava riposare la mente. Lui si aspettava che lo specchio gli rimandasse esattamente quello che sapeva di essere: un anziano ben tenuto, fisico ancora prestante, viso stanco, borse scure sotto gli occhi e rughe, tante, mentre i capelli, sulla sommità del capo, si erano fatti pochi.
Si preparò il caffè, guardando fuori dalla finestra. Adorava quell’ora mattutina di luce incerta e presagi di quello che sta per essere. Come una pagina bianca, piena di possibilità. Maggio avrebbe riempito la strada di luce, di lì a poco.
Che fretta c’è? – si chiese.
Aveva voglia di restare lì, seduto davanti alla tazzina fumante, a osservare come cambiava il cielo, quel pezzetto che riusciva a vederne dalla sua cucina. Sapeva già quali imposte si sarebbero aperte prima delle altre, quali voci avrebbero spezzato il silenzio del giovane mattino.
LORENZO
Le donne, in fondo, erano per Lorenzo delle amabili sconosciute. Le
capiva poco, le trovava indecifrabili, imprevedibili. Con Anna le cose
erano state abbastanza semplici perché semplice era lei, o almeno, le
sue complicazioni – ammesso che ve ne fossero – non avevano interferito
con la loro comunicazione. Le qualità che avevano fatto di lui un
apprezzato poliziotto sembravano abbandonarlo quando si trattava di
entrare in contatto con l’universo femminile. Nella fase autunnale
dell’esistenza in cui si trovava, era stato colto di sorpresa dai
batticuori che gli procuravano i fuggevoli incontri con una nuova vicina
di casa, Natalia Di Rosa; una donna giovane, sui trentacinque anni,
dall’aria remota, assorta, con la quale aveva appena scambiato qualche
parola e che però gli occupava prepotentemente i pensieri. Parlandone a
se stesso, Lorenzo definiva le sue emozioni come avere preso una
sbandata, anche se ogni tanto si ripeteva che lui era un uomo libero e
sbandata si dice in genere per le relazioni che intreccia chi già vive
un legame amoroso. Ecco, anche solo a pensarci, queste idee di legami e
relazioni lo facevano sentire un po’ ridicolo, figurarsi parlarne con
qualcuno, fosse pure Alfredo, o Giuseppe. Però tornava sempre a lei con
la mente, anche adesso, mentre passeggiava con l’amico e ogni tanto fra
loro rimbalzavano parole.
Rosalia Messina, Gli anni d'argento (Algra 2015)
Rosalia Messina