Io scrivo

Alcune delle storie che ho inventato sono diventate libri editi; spero che altre lo diventino in seguito.










Consigli di lettura: Piangi pure


  Lidia Ravera è un’autrice che mi accompagna da decenni. Ha raccontato con lucidità le trasformazioni dell’Italia degli ultimi quattro o cinque decenni attraverso i percorsi personali di personaggi, soprattutto femminili, in cui è facile rispecchiarsi. Ah, devo premettere che appartengo a quella categoria di lettori che nei libri cercano risposte alle proprie domande, che in fondo cercano se stessi. Mi dicono che molti lettori non hanno voglia di leggere la propria vita sulle pagine di un libro (riassumo l’opinione di una casa editrice che mi spiegava perché non le interessava pubblicare un mio romanzo). Ma non voglio imbarcarmi nella confutazione di questo assunto, anche perché non mi sento di parlare a nome dei lettori. Come si diceva una volta, rappresento al massimo me stessa.

  Piangi pure è la storia di una donna, Iris De Santis, arrivata da tempo all’età invisibile. È stata bella, Iris, e anche la vecchiaia non ha inciso rovinosamente sul suo aspetto. Ma è pur sempre una donna di quasi ottant’anni, per quanto ancora dritta e alta e magra sia, quindi è invisibile. Una vecchia non convenzionale, che non è stata una madre impeccabile e ha un rapporto difficile e teso con la figlia, Alice, più vicina ai sessanta che ai cinquanta, impegnatissima a prendere le distanze da Iris, che le è sempre apparsa fatua e inconsistente. Una donna come ne incontriamo tante, Alice, rigida, giudicante a tempo pieno, in contatto diretto e costante con Dio, e tuttavia non antipatica, perché in una cosa la Ravera è secondo me bravissima, nel farci piacere personaggi pieni di difetti e di contraddizioni. Forse è per questo che per me leggere i suoi romanzi è terapeutico: mi riconcilia con le parti di me che apprezzo meno, le illumina di una luce poetica e m’induce all’autoindulgenza, senza la quale sarebbe difficile convivere con se stessi.

  Forse il personaggio meno riuscito, perché sfiora la caricatura, è Melina, la bellissima figlia di Alice e nipote di Iris; rozza, cinica, usa la bellezza come un grimaldello, come unica risorsa per navigare nel mondo dorato che considera la propria cornice naturale. Ma se penso alle olgettine mi chiedo se addirittura Melina non sia lontana dalla realtà per difetto, anziché per eccesso.

  Non voglio raccontare troppo della storia di Iris De Santis e degli altri personaggi, per lasciare ai lettori (stavo per scrivere lettrici, sull’onda del retro-pensiero secondo cui un uomo difficilmente si sentirà attratto da un libro del genere; ma mi auguro di essere vittima di un luogo comune) il piacere di scoprire cosa accade a una donna così in là con gli anni quando decide di vendere la nuda proprietà della sua casa, all’insaputa di tutti, e di riabituarsi (faticosamente) a un certo agio. Di scoprire, soprattutto, cosa le accade quando incontra di nuovo se stessa negli occhi di un uomo, che la nota, la vede, la guarda, strappandola all’invisibilità senile. Perché, ci dice la Ravera, esistiamo solo negli occhi degli altri.

Elvira Seminara su Bertolucci

  Condivido su questo blog e faccio mia questa riflessione postata su Facebook da Elvira Seminara, giornalista e scrittrice mia conterranea, sulla cinica confessione di Bertolucci di cui oggi si parla su Repubblica. Invito tutti a condividere su tutti i possibili canali mediatici.

  Raccapricciante, ignobile Bertolucci. Che racconta oggi (leggo su Repubblica) con esibito e compiaciuto cinismo, senza vergogna o rimorso, come usò nel suo Ultimo tango il corpo e il dolore in diretta della Schneider, che da quella violenza restò -come disse- segnata a vita.
   "L'idea è venuta a me e a Brando - ha detto Bertolucci - mentre facevamo colazione e lui spalmava il burro sulla baguette. Subito ci siamo dati un'occhiata complice. Abbiamo deciso di non dire niente a Maria per avere una reazione più realistica, non di attrice ma di giovane donna. Infatti pianse, urlò, si disperò. Non le avevo detto che ci sarebbe stata questa scena di sodomia, e questa ferita è stata utile al film. Non credo che avrebbe reagito allo stesso modo se l'avesse saputo. Sicuramente Maria avrebbe avuto bisogno di essere protetta, dopo, ma io pensavo già al mio film successivo. Sono cose gravi, ma è anche così che si fanno i film : le provocazioni sono più forti delle spiegazioni. E' anche in questo modo che si ottiene un certo clima. ". Queste nefandezze sono state dette dal "grande regista" -appena osannato dal mondo alla mostra di Venezia- non durante un'intervista privata, sull'orlo dell'ultimo bicchiere di grappa, ma nel corso di una Lezione di cinema, la masterclasse che a questo campione di etica e di rispetto delle donne dedica Parigi, con retrospettiva.
   Maria Schneider aveva allora vent'anni. Restò traumatizzata a vita da quel film e dallo choc. "Non pensai di chiamare il mio agente, e che mi potevo rifiutare. Ero troppo giovane. Mi sentii tanto umiliata, usata, sfruttata. E dopo quel momento nessuno mi consolò".
   La Schneider ha avuto una vita infelice, tra droga e tentativi di suicidio. Bertolucci oggi dice che "lei si è dimostrata rancorosa", ma la colpa è sua "perchè non aveva i mezzi per filtrare quello che succedeva". Non le ha mai chiesto scusa, ammette, e senza alcun pentimento o disagio oggi ribadisce ancora le sue regole di cinema-verità marchiate a fuoco sulla pelle come su un bue da macello. Penso che la categoria dei registi dovrebbe insorgere e prendere le distanze da una siffatta "lezione" di cinema. E chiamo tutte le donne di Fb a far sentire la loro protesta. Questa è la cultura che nutre il femminicidio, tanto più grave e pericolosa perché espressa da un intellettuale come lui, chiamato e amato come Maestro. Maestro.
Elvira Seminara


Tempo di raccolto: premio città di Reggio Emilia.

   Come canta Ivano Fossati, c'è un tempo per seminare e uno che hai voglia ad aspettare; poi, ogni tanto, è tempo di raccolto. Condivido con tutti coloro che seguono il blog la soddisfazione che provo nell'apprendere che Più avanti di qualche passo si è classificato primo al premio letterario Città di Reggio Emilia.
 

Le piccole soddisfazioni di cui è costellata una lunga gavetta


  Si vince la pubblicazione nelle collane delle case editrici Giulio Perrone Editore e L'Erudita. Il 28 settembre sapremo.

Consigli di lettura: La figlia perfetta

  La sistematica di questo blog comincia a scricchiolare.
  All’inizio mi era sembrata una buona idea distribuire il materiale fra due sezioni, secondo una logica semplificante: quello che riguarda la mia scrittura da una parte; dall’altra, quello che riguarda l’attività letteraria delle tante persone che nel corso degli anni ho conosciuto (a volte anche soltanto per frequentazione sul web).
  Le interviste che mi diverto a fare sono collocate in questo secondo contenitore. Quando ho iniziato a scrivere consigli di lettura mi sono fermata un attimo a riflettere. Quello che penso dei libri altrui non rientra, a stretto rigore, nella mia scrittura, ma neppure mi sento di dire che la sezione giusta è quella intitolata I miei amici scrivono. Non è mio amico De Silva; con Bassini ho soltanto un contatto Facebook. Inutile sottolineare, poi, l’estraneità di Anne Tyler, autrice del  libro che consiglio oggi, La figlia perfetta. Insomma, mi sembra preferibile per il momento inserire i consigli di lettura qui, tra le cose che Io scrivo, trattandosi per altro di riflessioni mie, pensieri miei su opere letterarie altrui. Non escludo future rivoluzioni della struttura di questo luogo virtuale (dedico questa locuzione a Santino Mirabella, che detesta l’uso massiccio dell’inglese; avrei potuto dire, con un solo termine, restyling; ma per gli amici faccio questo e altro), da studiare con la preziosa, anzi imprescindibile, assistenza tecnica del curatore del blog (avrei voluto dire webmaster, ma continuo a pensare a Santino; e comunque nemmeno sono sicura dell’esattezza del termine in quuesto contesto).

  Di Anne Tyler ho letto quasi tutte le opere che sono state tradotte in italiano, edite da Guanda. Forse molti ricordano il film Turista per caso, tratto da un romanzo il cui titolo italiano suona Il turista involontario. Però non avevo mai desiderato sapere dell’autrice più di quanto emerge dalle scarne notizie da risvolto di copertina. Preferivo immaginarla, a volte attribuendole, con operazione del tutto arbitraria e proprio per questo divertente, le sembianze e il carattere ora di uno ora di un altro dei memorabili personaggi femminili che Anne Tyler disegna con leggerezza e al tempo stesso precisione; ed è questo, ai miei occhi, uno dei maggiori pregi della sua scrittura.
  Stavolta, invece, sono andata a caccia di qualche notizia. Mi sono chiesta come mai alcuni contenuti si ritrovino spesso nelle pagine della Tyler: l’immigrazione, lo spaesamento di chi non è americano di fronte alle abitudini e agli stili di vita tipicamente americani, le relazioni fra americani e immigrati o figli di immigrati. Sono temi forti, indagati con la caratteristica accuratezza priva di ogni pedanteria della Tyler. Ho scoperto che la profonda conoscenza che l’autrice dimostra in materia dipende dal fatto che ha sposato un medico iraniano. E proprio una famiglia di immigrati iraniani è protagonista − insieme a una famiglia dalla quintessenziale americanità − di questo romanzo. Un’esperienza forte accomuna gli Yazdan ai Donaldson: l’adozione di due bambine coreane, arrivate presso i genitori adottivi con lo stesso volo. Da questo incontro casuale nasce una frequentazione che si trasforma poi in una rete di affetti destinata ad estendersi gradualmente ad altre persone e ad altri gruppi familiari, fino a costituire un interessante e variegato microcosmo.

  Come in ogni romanzo della Tyler, il lettore viene preso per mano e introdotto con naturalezza, passo dopo passo, in un mondo familiare allargato, in un ambiente lavorativo, in un quartiere e infine in una città, che è sempre Baltimora, dove lei vive. In questi cerchi concentrici ci si sente catturati e delle vicende che vi si svolgono si diviene spettatori partecipi; la narrazione procede con una fluidità prodigiosa.
  Succede anche stavolta. I Donaldson e gli Yazdan, che appartengono a culture assai distanti, finiscono per costruire un’amicizia solida e duratura, superando incomprensioni e difficoltà nate dal fatto che l’approccio all’esperienza dell’adozione ha sfumature diverse − spesso radicalmente diverse − nelle due famiglie.
  Tutti i personaggi − Sami e Brad (i due giovani padri adottivi), Bitsy e Ziba (le due madri), Jin-ho e Suki, detta Susan (le rispettive figlie), Maryam, madre di Sami, e Dave, padre di Bitsy, come pure ognuna di molte altre figure minori di tutta la costellazione di parenti, amici e vicini di casa − acquistano, pennellata dopo pennellata, una corposità che li rende indimenticabili. Le relazioni interpersonali sono tratteggiate con mano felice e profonda consapevolezza delle insidie che possono danneggiarle e a volte distruggerle, della pazienza e della buona volontà che occorrono per andare incontro agli altri, della fragilità dell’amore e di come possa essere difficile riconoscerlo e fargli spazio nella propria vita, di quanta strada uno verso l’altro debbano fare due persone di diversa nazionalità (e quindi di diversa cultura e sensibilità) per diventare una coppia. I meccanismi di accettazione e rifiuto, di integrazione e opposizione emergono nitidi, e tuttavia senza schematismi, dai dialoghi e dalle riflessioni dei personaggi. Nel rapporto tra Maryam e Dave, al conflitto culturale di fondo s’intreccia quello di una mentalità tipicamente maschile con una tipicamente femminile, e ciò a un certo punto fa dire a Maryam che il vero scontro fra culture diverse è quello fra i sessi. Due persone che vogliono percorrere insieme un tratto di strada, anche quando parlano la stessa lingua, devono sempre intraprendere l'ardua ricerca di un codice comune, facendo uno sforzo di comprensione del significato che l’altro dà alle parole e ai gesti. L’invenzione di questo alfabeto amoroso è impresa doppiamente difficile quando lingua, radici, esperienze infantili e riferimenti culturali sono così lontani. 
Rosalia Messina

Consigli di lettura: Vicolo del Precipizio



  Volevo leggere questo libro da tempo. In realtà volevo leggere da tempo un qualunque libro di Remo Bassini. Per motivi che probabilmente a molti sembreranno sciocchi o incomprensibili.  Il fatto è che per ogni libro che ho letto (migliaia) c’è stata una molla diversa. E penso − ma forse mi sbaglio − che per ogni lettore sia così. Alcuni libri si leggono semplicemente perché ci capitano sotto mano, come per esempio mi è accaduto − avevo dieci anni − con Il ponte di San Luis Rey, di Thornton Wilder. Un romanzo che ho amato tanto e che avevo scovato tra molti volumi, nelle ore di noia delle vacanze di Natale, a casa di una zia che andavamo a trovare spesso; talvolta lo rileggo ancora. Altri libri si leggono perché ce li regalano. In libreria, poi, possiamo essere catturati da una copertina. A volte ci basta il nome dell’autore, perché abbiamo letto altre cose che ha scritto e ci sono piaciute: a me è successo e succede, per esempio e tra altri, con Philip Roth, Yehoshua, Anne Tyler, Margaret Mazzantini e Melania Mazzucco. Giusto per indicare qualcuno degli infiniti modi in cui può avvenire l’incontro fra lettore e libro e fra lettore e autore.

  Vicolo del Precipizio (ed. Perdisapop) di Remo Bassini l’ho scelto per tante ragioni. Innanzitutto perché l’autore, nelle foto in circolazione, ha quella faccia da ragazzo degli anni Cinquanta, e se a qualcuno sembra una ragione futile non so che farci, posso dire senza vergognarmene che nei libri degli altri cerco anche qualche parte di me e che per gli autori che hanno più o meno la mia età ho un particolare trasporto. Poi trovo interessanti le riflessioni di Bassini pescate qua e là in rete. Un’altra ragione, non meno importante, è che non se la tira per niente (non se la tira punto, direbbe lui), gli chiedi da sconosciuta un contatto su Facebook e risponde garbato e asciutto come sanno essere i toscani, che a tutti stanno antipatici e a me invece no, anche perché sono gli unici a usare ancora il codesto, latitante dalle altre parlate d’Italia; e non lo senti dire solo ai professori di lettere, ma anche all’oste che ti indica il vino che t’ha appena versato e alla signora che al mercato ti vende la frutta.

  È quindi arrivato il momento di un libro di Remo Bassini.

  Da ultimo mi sentivo in colpa ogni volta che compravo un libro di carta, non ho davvero più spazio − come dicevo in un altro post − e così ho saltato il fosso, ho optato per i libri digitali (li chiamo così per far contento il mio amico Santino Mirabella, molto severo con chi usa l’inglese invece dell’italiano). E come sempre mi accade quando riesco a conquistare un qualunque scampolo di libertà (non mi sentivo più libera, quando compravo volumi che poi avrei avuto difficoltà a collocare nella mia casa straripante di carta; mi trattenevo, valutando preoccupata le dimensioni), sono stata colta da una intensa trascurabile felicità (come la chiama Francesco Piccolo; voglio ricordarlo, altrimenti finirà per accadere quello che è accaduto col nuovo che avanza, che è il titolo di un racconto bellissimo di Michele Serra e nessuno se lo ricorda più). Da quando ho deciso che il digitale, pur difettando del profumo della carta di cui tutti ormai si dichiarano cultori, risponde alla mia esigenza di alleggerirmi dei possessi terreni (è il titolo in italiano di un libro di Anne Tyler) ho comprato Mancarsi di De Silva, due libri proprio della Tyler e Vicolo del precipizio, che inaugurano questa nuova stagione di libertà.

  Remo Bassini scrive come mi aspettavo. Asciutto, lineare, incisivo. Scrive (almeno in questo libro, non ho ancora letto altro, ma riparerò) di sentimenti, senza cadere nel dolciastro (si può, si può, fidatevi, signori uomini, si possono raccontare i sentimenti, al cinema e nei libri, senza che vi si alzi la glicemia; e poi figurarsi, un toscano, uno della provincia di Arezzo, certo non è nelle sue pagine che troverete sdolcinature).

  Scrive di memorie, Remo Bassini, cosa che mi piace moltissimo, perché sono i ricordi, il modo in cui inconsciamente selezioniamo cosa trattenere del nostro passato e cosa buttare nella spazzatura, a conferire alla nostra esistenza una fisionomia precisa e unica, inconfondibile, nonostante la maggior parte delle tappe della vita di tutti si assomiglino, per lo più.

  Il protagonista del romanzo, Tiziano, vive appunto di ricordi: “Vanno coltivati i ricordi, ha ragione il babbo, che si è fatto vecchio. Già lo so: riconcorrendoli, mi farò male”. Mi riconosco in pieno in questo, tant’è vero che in un mio racconto, pubblicato qualche anno fa in un’antologia di autori vari, la protagonista dice di coltivare memorie come si coltivano piante, amicizie, ambizioni.

  Tiziano i suoi ricordi, a un certo punto, li scrive. Perché − altro elemento per me affascinante − questo libro ha per protagonista uno scrittore. Uno che dopo un iniziale, imprevisto successo, scaturito dalla fortunata pubblicazione di un libro di racconti (I racconti dell’osteria), si ritrova a fare il ghostwriter, con una certa nausea per questo lavoro e per tutto quel mondo di editori e autori noti ma senza talento che è costretto a frequentare (“Tiziano non ha mai capito in che modo ragionino e scelgano i libri da lanciare, il suo capo e le case editrici che si fanno consigliare da lui o da altri agenti. Qualcosa sì, certo. Una scrittrice che è pure carina ha più possibilità di una grassa e punto bella; uno scrittore giovane e brillante ha più possibilità di un cinquantenne timido, che magari soffre di attacchi di panico e mai e poi mai andrebbe in tivù”). Uno che ha amato due donne, una che l’ha fatto soffrire, l’altra l’ha fatta soffrire lui, tormentato dal fantasma del primo amore, ritenuto insostituibile e che gli intossica la vita. Uno destinato al rimpianto cronico, perché “Le cose, per farsele piacere, bisogna lasciarle”. Uno che cerca di vivere secondo i consigli di un’amica psicologa, secondo cui “Uno scrittore deve vivere come se scrivesse anche quando non scrive”, perché a volte la capacità d’inventare una storia su due piedi, dal niente, può risultare utile anche nel quotidiano. Meno bene gli riesce di seguire l’altro prezioso consiglio dell’amica, “Le pagine della tua vita tu trattale bene”.

  Arriva un momento,  nella vita di Tiziano, in cui scrivere solo per gli altri non gli basta più. Una storia che vuol essere narrata gli urge dentro e inizia a scriverla. È la storia dei fantasmi che albergano nel suo “cervello pieno di tarli”, nutriti dall’immaginazione e dalla gelosia. Scrive per sdebitarsi nei confronti delle persone nei cui confronti si sente in colpa: una donna, Cristina; un amico, Mariano. Scrive per chetare il veleno che gli circola dentro.

  Vicolo del precipizio è come un grande puzzle, costruito con tanti frammenti di storie diverse, incastrati perfettamente gli uni negli altri; una storia in cui, come Tiziano dice a un certo punto, “è tutto inventato e tutto vero”. Perché io sono convinta che quello che raccontiamo nei libri è vero in un senso particolare, è vero perché qualche ingrediente di vita vissuta (da noi o dagli altri) qua e là lo si introduce, trasfigurandolo e mescolandolo a fatti inventati ma possibili, che a qualcuno che non conosciamo sono accaduti oppure, prima o poi, accadranno. Nella mia piccola e modestissima esperienza di narratrice di storie, mì è capitato diverse volte di sentirmi dire “ma questa è la mia storia!” L'emozione è stata sempre grandissima, tutto quello che ho saputo fare, di solito, è stato sorridere come una scema.

  La narrazione procede secondo due modalità alternate: nei capitoli ambientati a Torino troviamo il presente, cioè Tiziano che scrive e scrive, compulsivamente, e sembra che solo quando scrive si senta vivo; poi ogni tanto deve occuparsi d’altro, quindi riemerge da quel tuffo dentro se stesso, dentro il passato che sta rivisitando e raccontando, per poi tornare lì, a scrivere ancora. Scrive tutta la notte. Una vicina lo guarda, lo spia, e lui guarda lei; solitudini urbane affacciate una sull’altra. Ed è la vicina, Alice, a interessarsi a lui, Tiziano è troppo preso dai conti con i ricordi che fanno male per essere veramente disponibile. E di questi ricordi che fanno male sono intessuti i capitoli intitolati Vicolo del Precipizio: ci sono le ferite mal rimarginate, gli idoli dell’adolescenza, i nodi venefici della storia familiare, le figure carismatiche delle donne cui Tiziano deve la sua vocazione di narratore, gli abbagli che a volte ha preso (costruendosi una visione della realtà deformata che gli ha fatto fare cose destinate a diventare ricordi dolorosi), tutti i torti inflitti e ricevuti, e l’ossessione del numero venticinque che gli porta sfortuna. Ci sono, in questi capitoli, memorabili abitanti di Cortona, e Cortona stessa (a me, che non ci sono mai stata, Bassini ha fatto venire voglia di conoscerla), “che oggi vive di turismo ma che ha conservato un’anima antica, contadina”. Anch’io serbo memoria di quell’Italia. Allora la gente di Cortona e quella di Caltanissetta (e di Vibo Valentia, e di certi paesi abruzzesi, per citare solo realtà che ho conosciuto) non viveva in modo tanto diverso e nessuno parlava l’italiano, i fatti degli altri erano il principale passatempo, imperava la cultura maschilista che divideva le donne in puttane e madonne, quando ancora non era politicamente scorretto dirlo (adesso la summa divisio è ancora lì, radicata nel profondo dell’animo maschile e anche in quello di molte donne, ma siccome un’idea di ciò che è politicamente scorretto ce l’hanno più o meno tutti non si dice; non ad alta voce, almeno). Insomma, nella Cortona in cui ci trasporta questo libro ritroviamo tutte le ombre e le luci della provincia italiana, che si può amare oppure odiare, e anche quando si fugge da essa poi si torna a cercarla, come si torna agli amori infelici che non si lasciano dimenticare.

  Nella grande città in cui ha scelto di vivere e di lavorare Tiziano soffre di nostalgia, perché “Torino sarà ricca di belle piazze ma una piazza come la intendo io non ce l’ha. A Cortona, se hai un problema o un peso dentro, lo puoi portare lì, in piazza, e poi con gli amici puoi andare a cena, e magari parlare fino a notte fonda”; e poi “Cortona è il profumo dell’olio d’oliva sul pane, è il volto duro dei vecchi che giocano a carte in un bar e che ti guardano male se entri e vedono che non sei del posto”. Ma le cose non sono così semplici, perché quando si trova a Cortona Tiziano rimpiange la nebbia di Torino, “che avvolge e ti protegge, quasi”, perché in fondo la cosa migliore sarebbe “avere due strade da poter scegliere: quella del silenzio (anonima lei, la strada, e  anonimo tu, coi pesi che porti dentro) e quella dei sorrisi e dei racconti e delle confidenze a ogni angolo”.

  Per tutte queste ragioni Vicolo del Precipizio è un libro che consiglio di leggere. E poi mi sbaglierò, ma sono convinta che anche chi non ha conosciuto questo nostro paese com’era prima del pc, dei cellulari e del bipolarismo in salsa italiana può trovarci dentro qualche parte di sé.

Rosalia Messina

Consigli di lettura: Mancarsi

   Alla lettura di Mancarsi (Diego De Silva, Einaudi) sono arrivata vergine: non ho letto altre opere dell'autore né recensioni di questo libro, che mi è stato consigliato da un amico di cui mi fido. Mi fido così tanto che ho regalato Mancarsi a due care amiche senza averlo letto prima io, cosa che di solito non faccio.
   Forse è superfluo dirlo, ma questa non ha la pretesa di essere una recensione. Già non mi piace il termine, che suona così pomposo; e poi non ho le competenze per recensire chicchessia. Si tratta - come dice il titolo - di un consiglio di lettura, dato da una semplice lettrice. 
   Un'altra verginità ha accompagnato la scoperta di Mancarsi: l'ho acquistato nella versione ebook. Non che non sia già accaduto; ma questa volta l'ho fatto con la consapevolezza che a questo ebook ne seguiranno molti altri. E non perché non condivida l'amore della mia generazione (e di alcune delle generazioni successive) per il libro di carta, con tutto il corredo - è quasi noioso parlarne, trattandosi di un ritornello che da tanti sento ripetere con formule ormai inflazionate - di sensazioni tattili, visive, olfattive e perfino auditive (consistenza e grana, colore e dimensioni, profumo, fruscìo delle pagine); ma la mia casa trabocca di libri e non posso aggiungerne altri. Lo spazio è terminato. Anzi, penso di disfarmi (con dispiacere) di una parte di questo amato patrimonio cartaceo in favore di biblioteche comunali, scolastiche e allocate in strutture sanitarie. I suggerimenti sui beneficiari sono graditissimi. Conserverò alcuni autori soltanto: in pratica, i volumi in grado di trovare posto in un paio di scatoloni. Ho l'età dell'alleggerimento. 
   
   Fatte queste doverose premesse, dico subito che mi è venuta voglia di leggere altre opere dell'autore. Mi piace la scrittura di De Silva. Un italiano curato, un uso non banale del lessico, aggettivi non pigramente appiccicati ai sostantivi secondo formule logore; un verbo inventato, sestessizzare, che mi è piaciuto molto e che descrive l'imitazione di un modello con introduzione di qualche tocco personale. Penso di ritrovare questa caratteristica  negli altri romanzi. Ce n'è un'altra che forse invece appartiene solo a questo libro; ma siccome mi piacciono anche romanzi che ne sono privi, restano intatti la curiosità e l'interesse (diciamo pure l'innamoramento letterario, la molla che spinge all'esplorazione dell'opera di un autore: l'ho provata da ragazzina con Steinbeck, con Pirandello, con Dostoevskij; qualche anno più tardi con la Lessing e la Gordimer, più avanti ancora con Tabucchi e Anne Tyler). La caratteristica di cui parlo - che, ribadisco, incontra il mio gusto - è la mancanza di una trama solida, compatta, inzeppata di colpi di scena e svolte narrative azzardate. Poca storia - ordinarie vicende di incontro e di non incontro, di vite che si scorrono accanto e che possono incrociarsi oppure no - e molta introspezione; molte riflessioni sull'amore, sulle relazioni interpersonali, sulla conoscenza di sé. 
   
   In alcune di queste riflessioni  ho riconosciuto pensieri  e sussulti di coscienza miei: per esempio, sui meccanismi che presiedono all'innamoramento e al disamoramento, delicati e impalpabili, ignoti a chi ne è attraversato; sul mistero di certi rapporti di dipendenza amorosa che legano due persone, delle quali una sembra annullarsi e quasi dissolversi e risolversi nell'altra, salvo poi inopinatamente risorgere e riespandersi quando il legame viene reciso dalla morte ("Non che lui non le mancasse. Forse però le era mancata di più la sua vita. E adesso che l'aveva ritrovata, se la stava riprendendo"); sul potere e la condanna insiti nella bellzza, "se sei ben fatta il mondo si sente autorizzato ad averti o perlomeno a provarci, e così può avvicinarti, invaderti, parlarti anche se non rispondi e perfino se chiedi di essere lasciata in pace"; sul significato di libertà, che consiste "nel potersi arricchire e non farlo. Nell'usare la minima parte di un patrimonio, lasciando intatto tutto il resto", perché c'è "qualcosa di miserevole nel dilapidare la libertà. Usarla le toglieva valore, la involgariva, l'abbassava di livello. La faceva diventare un potere qualsiasi"; mentre nel "centellinarla, e più ancora nel rinunciarci", Nicola, uno dei protagonisti del romanzo, si sente veramente libero.
   
   Due parole merita il titolo. Che significa mancarsi? Sono i protagonisti, Nicola e Irene, a mancarsi? Forse sì, forse no. Perché alla fine l'autore dà ai suoi personaggi (spaesati ma determinati nella difficile impresa di ricostruirsi) la chance di incontrarsi, quantomeno di trovarsi  in un luogo per entrambi significativo. Nicola è stato scaraventato nella solitudine da un destino maligno, Irene vi approda per aver posto fine a un matrimonio senza più slanci. Non lo sanno, ma si cercano. O forse in qualche misura lo sanno. Il finale è come piace a me, più intravisto che narrato. A me sembra che mancarsi descriva riassuntivamente il perdere di vista se stessi, disegnato con precisione da De Silva come un diventare "brutte copie di se stessi. Smussandosi, modificando il senso delel cose che di fanno (come ridere per non parlare, appunto), tradendo le proprie convinzioni o lasciando che l'altro le offenda o le svaluti, praticando la mansuetudine, considerando fisiologico, inevitabile e perfino giusto che il passare del tempo snaturi gli aspetti più autentici del carattere, ridimensioni gli interessi, spenga le passioni, i desideri e soprattutto il desiderio".

Rosalia Messina