Le cose che Gabriella Vergari ha detto, presentando "Gli anni d'argento" alla libreria La Felitrinelli, sono molto belle e mi hanno regalato grandi emozioni. Vedere il proprio testo attraverso lo sguardo di un'altra persona è affascinante.
Se poi lo sguardo è quello di una lettrice sensibile, colta e attenta come Gabriella, si ha la sensazione che i personaggi, la trama, le scene siano illuminati da una luce tanto intensa da svelarne ogni dettaglio. Grazie, Gabriella.
Lia
«E
andiamo a noi: anni d’argento o come provocatoriamente insinuerà uno dei
personaggi, Settimo Grado, “anni di merda?” (e naturalmente absit iniuria verbis!) Forse perché
– cito ancora l’autrice – “con l’età tutto si confonde, si annacqua,
scolora: le certezze presuntuose della gioventù, il coraggio di cambiare della prima
maturità, la voglia di scoperta che si spegne come se una mano maligna, da
qualche parte premesse un interruttore”.
Viene
quasi da chiedersi che cosa sia mai saltato in mente a Solone, uno dei setti
savi dell’antichità, quando nel fr. 20W. corregge Mimnermo (che auspicava di
poter morire una volta abbandonato dall’aurea Afrodite con i suoi dolci doni)
invitandolo ad aggiungere almeno altri vent’anni ai sessanta che il poeta si
era augurato come termine ultimo.
Certo,
nulla da eccepire, la saggezza, la conoscenza, la prospettiva ampliata
dall’esperienza di un lungo vissuto,
tutto bene, tutto condivisibilissimo, sulla carta.
Il
problema è farci i conti con questa tappa della vita che si può chiamare in
molti modi più o meno edulcorati ma pretende, comunque la si voglia mettere, un
tributo di riconoscimento e consapevolezza. Per cui, se è vero, come si legge
perfino nelle calamitine da frigorifero, che “crescere” può toccare a tutti, ma
fare della propria vecchiaia un’opera d’arte è di pochissimi, altrettanto vero
ed anzi ineludibile è il momento in cui si rischia la vertigine, un senso di
vuoto alla bocca dello stomaco nel volgersi indietro e capire che i passi impazienti di ventenne, di trentenne hanno ormai lasciato ampiamente il posto a
quelli ben più cauti della cosiddetta maturità, e che la vecchiaia non è
più mera occasione di scherzo tra amiche ma concreta prospettiva a rischio di
“laidezza”. Ed è proprio allora che, con la sua determinata intraprendenza,
Marisa Ilardo, l’enigmatica ed impenetrabile protagonista di questa ultima
intensa proposta di Rosalia Messina, trova la sua particolarissima via che sa
di esorcismo più che di progetto. Crea in buona sostanza un guscio di legno lucidato, ovvero
un’esclusiva casa di riposo a metà tra la villa gattopardesca ed il buen retiro
a quattro stelle, e lo riserva ad una
privilegiata clientela accuratamente selezionata, in grado di apprezzare
adeguatamente (cito sempre l’autrice) la
biblioteca, il parco curatissimo, la
tappezzeria fiorata dei divani e,
non ultima la palestra. Perché gli ospiti di questa residenza per anziani
ancora vigili e in buona (meglio anzi se ottima) salute non hanno proprio bisogno
di jogging -- attività dai marcati caratteri espiatori, come sostiene lo psicologo
dello sport amico di Francesco (uno dei personaggi del romanzo) con la sua
battuta: << Chissà cosa espiate,
quando correte a vuoto per ore >> -- , dato che tempo e margine per i
sensi di colpa o per il dolore delle occasioni sprecate o mai vissute o mal
sfruttate ne possono trovare a sufficienza
anche senza lo sport. Il vuoto incombe
poi con la sua minaccia ad ogni istante,
se non lo si scongiura con soluzioni che sembrano in genere ripieghi ma, nei casi più fortunati, si
traducono anche a sorpresa nelle risorse
di un (ri)conquistato affrancamento dalla tirannia di sveglie inesorabilmente
puntate alle 5,38 del mattino (vd. nel caso di Giuseppe) o dalla corte di parassiti
e da un’ospitalità senza soluzione di continuità (vd. Settimo Grado).
Ci
si può perfino emancipare dalle noiose incombenze della routine quotidiana,
come accade a Clara Piccolo o ad Alfredo Mertoli, o a Isabella Maggio che in
uno slancio di “obbligata” generosità
verso i “nipoti sciagurati” deve vendere la villa di famiglia e lasciarsi
accogliere dalla residenza “Anni d’Argento” in
un giorno ventoso di marzo, trovando, però così, senza troppi sussulti, una
definitiva soluzione al problema del dove
trascorrere la vecchiaia.
Quanto al
come, che resta ad ogni modo la vera questione e non solo per i clienti della Ilardo, l’indomita signora non ha dubbi: presa, pur alle soglie dei settant’anni,
dalla magia del colpo di spugna, che
restituisce alla lavagna la verginità e consente di tracciarvi nuovi segni dai
colori inediti, si inventerà nuove geometrie.
O toh guarda, le geometrie! Eccolo il
punto, il terreno su cui l’autrice, un po’ Isabella Maggio a sua volta e come lei affascinata dall’intelletto ma insieme guidata
da un’anima sognatrice in una con un sostanzioso senso pratico, può divertirsi ad incrociare destini e
vissuti, sì da pagare il suo personale tributo alle inevitabili richieste di ogni proposta narrativa che
pretende svolgimenti, nodi, snodi, soluzioni più o meno conchiuse. Ma dando la
stura alla sua polifonia ideativa Lia Messina rende soprattutto la Residenza
“Anni d’Argento” un riflesso di vita, palpitante di emozioni, sentimenti, e
perché no ancora di sogni, fantasie, desideri e progetti, sempre delineati con delicatezza
di tocco e fine penetrazione nelle
cinquanta e passa sfumature dell’animo umano, secondo il terenziano homo
sum: humani nihil alienum a me puto.
Per non guastare ai lettori il piacere
della scoperta e l’esito degli sviluppi di questo che più del romanzo mi è sembrato assumere i
tratti della concatenazione di racconti incastonati all’interno di una cornice
unificante, preferisco non anticipare altro ma mi sento di confermare che le
geometrie costruite dall’autrice - demiurga di questo peculiare kosmos
contempleranno alla fine nuovi equilibri e nuove scoperte, non solo per l’elite
dei Residenti ma anche per i giovani che con loro interagiranno, prima tra
tutti Noemi, la nipote che chiama “mamma” Marisa, e Francesco, il quarantenne altrovista
che impiegherà circa tre anni per accettare un impegno sentimentale più responsabile e
vincolante, o gli altri figli e nipoti che restano sullo sfondo ma non appaiono
troppo baciati dal privilegio della
propria giovinezza. Si affannano spesso infatti anche loro, tra zii e genitori
che sfuggono al controllo, o vanno seguiti all’improvviso, mentre il lavoro
urge e la vita non sempre offre il suo volto più benevolo. E d’altra parte,
quale giovane può proclamarsi veramente al riparo da guai, rovesci di fortuna,
incidenti o malattie? E come può divenire difficile saper cogliere il momento o
riconoscere le persone, dato che le relazioni umane sono la cosa meno
catalogabile che esista? E chi può difendersi, a qualunque età, dal mondo e
dagli sguardi superficiali e curiosi degli altri? E cosa si difende, se non si
è nemmeno sicuri della propria identità e se lo specchio non basta a definirci?
Metafora del cambiamento e della trasformazione fisica ma anche dell’inganno
della evidenza sulla sostanza, la ritualità dello specchiarsi è non a caso particolarmente
insistita nell’universo di “ Anni d’argento”, e caratterizza soprattutto la direttrice della Residenza, una che viveva un po’ appartata, che aveva
allevato la nipote rimasta orfana della madre, che aveva creato una casa di
riposo per anziani agiati e non troppo malandati. Una che nessuno poteva dire
di conoscere profondamente, ma che tutti in città, credevano di sapere chi
fosse. Una che era riuscita ad essere originale senza oltrepassare la soglia
della stravaganza, riservata ma non scorbutica… Così in fondo appariva ai
propri stessi occhi, e non avrebbe saputo dire quanto somigliasse ai suoi sogni
la donna anziana, elegante, soavemente autoritaria, che ogni mattina vedeva
riflessa nei numerosi specchi disseminati lungo il tragitto della sua
abitazione all’attigua casa di riposo… Quella piega disillusa delle labbra che
ne tirava gli angoli verso il basso, le guance scavate al posto degli zigomi
tonici, quando avevano conquistato stabilmente il viso che – le vecchie foto lo
dimostravano – un tempo era stato il suo? La donna nello specchio non sapeva
rispondere.
Il suo è infatti prevalentemente non un essere ma un andare in scena e perché nulla scalfisca la cortina di cristallo
di cui si è circondata alla morte di Piero -- l’uomo profondamente amato ma
pure condiviso con la legittima consorte --, o turbi il suo sguardo sul mondo
ben governato ed ordinato della casa di
riposo da lei creata, Maria Ilardo tratta i suoi ospiti con una sussiegosa
gentilezza priva di autentico calore,
quasi intendesse evitare
contaminazioni fra il suo mondo privato e il suo lavoro, come ben sa
Antonio Marletta, il portinaio della dimora. Insieme a Noemi ed alla fidata
governante Domenica, egli l’unico a conoscere il passaggio segreto che mette in
comunicazione la casa di riposo con quella della direttrice, le due parti di
una stessa villa originaria, appoggiate
una all’altra come due persone sedute schiena contro schiena, vicine e distanti
al tempo stesso. Ma sa anche che la donna che gli ha cambiato praticamente la vita
non può andare oltre i confini di una solida muraglia di riserbo, rigidamente
controllata, ovvero di un modo d’essere e percepire il mondo che ha finito per
condizionarla fortemente, tant’è che le opzioni lessicali con cui l’autrice
descrive la sfera d’azione della sua protagonista rientrano prevalentemente nella gamma del “gelo”, del
“recinto”, della “separatezza”, della
“barriera”. E ovviamente delle “porte chiuse”, che certo possono naturalmente
circoscrivere gli spazi di qualunque abitazione comunitaria, ma pure
configurarsi come metafora sentimentale ed emotiva. E perfino
come sinonimo della cinica freddezza con cui la direttrice mette invariabilmente
alla porta o respinge gli ospiti proprio quando più avrebbero bisogno di accoglienza, assistenza e cure.
La sua
scelta – quasi una mannaia pronta a
tranciare lo “scandalo” della malattia e della morte --, priva di ripensamenti, rimorsi o deroghe
anche dopo il suicidio di un’ospite, mi ha in qualche modo riportato alla
memoria l’inesorabile condotta dell’ Esercito della Salute Pubblica ne I
Viaggiatori della sera, film del
1979, con O. Vanoni e Ugo Tognazzi, in
cui si delineano gli inquietanti scenari futuribili di un’altra comunità
dorata con la sconcertante soluzione
finale della crociera per anziani.
Ma la
scoperta a cui Rosalia Messina chiamerà
infine la sua protagonista sarà ben diversa da quella dei due interpreti sopra
citati e il particolare pathei mathos
che le riserva ha la funzione di sconvolgerle la vita non per destinarla alla
morte ma per consentirle di infrangere l’icona algida e perfetta che si è
costruita, così da potersi rimettere in gioco come donna, sia pure in un presente terremotato. Perciò, se
come infine Marisa è costretta ad ammettere, gli anni l’hanno raggiunta e, dando
ragione a Settimo Grado, nel suo caso sono tutt’altro che d’argento, è anche vero che adesso che nessun controllo le è possibile, lei può finalmente riposare.
E chissà, forse anche godersi lo splendore della campagna e il bel sole che fa
capolino, e i pochi ma profondi rapporti umani che appaiono stemperare le inquietudini del suo nuovo
presente.
E del resto, la vita inventa sempre nuovi modi di sorprenderci, ammonisce un altro
personaggio, Lorenzo, e, come ci ricorda “quella dei libri” Isabella Maggio,
(ancora lei), abituata a conoscere se stessa e la realtà attraverso la voce di
poeti e scrittori, ogni cosa può avere
più lati, alcuni più in ombra, altri meno evanescenti e tutto si può leggere in
diversi modi. Le ruberemo perciò questa sua caleidoscopica prospettiva –
che mi fa piacere pensare sia anche quella suggerita dall’autrice con questo
suo lucido, pregnante e coraggioso lavoro di scavo su un tema tanto
problematico e si sarebbe tentati di dire diversamente accattivante - per
concludere insieme ad Emily Dickinson:
La
speranza è un essere piumato che si posa sull’anima …
Grazie.»
Catania, 23 febbraio 2015
Gabriella Vergari