Io scrivo

Alcune delle storie che ho inventato sono diventate libri editi; spero che altre lo diventino in seguito.










Presentazione de "Gli anni d'argento" del 23 febbraio 2015: l'intensa relazione di Gabriella Vergari

   Le cose che Gabriella Vergari ha detto, presentando "Gli anni d'argento" alla libreria La Felitrinelli, sono molto belle e mi hanno regalato grandi emozioni. Vedere il proprio testo attraverso lo sguardo di un'altra persona è affascinante.
Se poi lo sguardo è quello di una lettrice sensibile, colta e attenta come Gabriella, si ha la sensazione che i personaggi, la trama, le scene siano illuminati da una luce tanto intensa da svelarne ogni dettaglio. Grazie, Gabriella.
Lia

«E andiamo a noi: anni d’argento o come provocatoriamente insinuerà uno dei personaggi, Settimo Grado, “anni di merda?” (e naturalmente absit iniuria verbis!) Forse perché –  cito ancora l’autrice – “con l’età tutto si confonde, si annacqua, scolora: le certezze presuntuose della gioventù, il coraggio di cambiare della prima maturità, la voglia di scoperta che si spegne come se una mano maligna, da qualche parte premesse un interruttore”.

Viene quasi da chiedersi che cosa sia mai saltato in mente a Solone, uno dei setti savi dell’antichità, quando nel fr. 20W. corregge Mimnermo (che auspicava di poter morire una volta abbandonato dall’aurea Afrodite con i suoi dolci doni) invitandolo ad aggiungere almeno altri vent’anni ai sessanta che il poeta si era augurato come termine ultimo.

Certo, nulla da eccepire, la saggezza, la conoscenza, la prospettiva ampliata dall’esperienza di un  lungo vissuto, tutto bene, tutto condivisibilissimo, sulla carta.

Il problema è farci i conti con questa tappa della vita che si può chiamare in molti modi più o meno edulcorati ma pretende, comunque la si voglia mettere, un tributo di riconoscimento e consapevolezza. Per cui, se è vero, come si legge perfino nelle calamitine da frigorifero, che “crescere” può toccare a tutti, ma fare della propria vecchiaia un’opera d’arte è di pochissimi, altrettanto vero ed anzi ineludibile è il momento in cui si rischia la vertigine, un senso di vuoto alla bocca dello stomaco nel volgersi indietro e capire che i passi impazienti di ventenne, di trentenne hanno ormai lasciato ampiamente il posto a quelli ben più cauti della cosiddetta maturità, e che la vecchiaia non è più mera occasione di scherzo tra amiche ma concreta prospettiva a rischio di “laidezza”. Ed è proprio allora che, con la sua determinata intraprendenza, Marisa Ilardo, l’enigmatica ed impenetrabile protagonista di questa ultima intensa proposta di Rosalia Messina, trova la sua particolarissima via che sa di esorcismo più che di progetto. Crea in buona sostanza un guscio di legno lucidato, ovvero un’esclusiva casa di riposo a metà tra la villa gattopardesca ed il buen retiro a quattro stelle, e lo riserva ad una  privilegiata clientela accuratamente selezionata, in grado di apprezzare adeguatamente (cito sempre l’autrice) la biblioteca, il parco curatissimo, la tappezzeria fiorata dei divani e, non ultima la palestra. Perché gli ospiti di questa residenza per anziani ancora vigili e in buona (meglio anzi se ottima) salute non hanno proprio bisogno di jogging -- attività dai marcati caratteri espiatori, come sostiene lo psicologo dello sport amico di Francesco (uno dei personaggi del romanzo) con la sua battuta: << Chissà cosa espiate, quando correte a vuoto per ore >> -- , dato che tempo e margine per i sensi di colpa o per il dolore delle occasioni sprecate o mai vissute o mal sfruttate ne possono trovare a  sufficienza anche senza lo sport.  Il vuoto incombe poi con la sua minaccia  ad ogni istante, se non lo si  scongiura  con soluzioni che sembrano in genere  ripieghi ma, nei casi più fortunati, si traducono anche a sorpresa  nelle risorse di un (ri)conquistato affrancamento dalla tirannia di sveglie inesorabilmente puntate alle 5,38 del mattino (vd. nel caso di Giuseppe) o dalla corte di parassiti e da un’ospitalità senza soluzione di continuità (vd. Settimo Grado).

Ci si può perfino emancipare dalle noiose incombenze della routine quotidiana, come accade a Clara Piccolo o ad Alfredo Mertoli, o a Isabella Maggio che in uno slancio di  “obbligata” generosità verso i “nipoti sciagurati” deve vendere la villa di famiglia e lasciarsi accogliere dalla residenza “Anni d’Argento” in un giorno ventoso di marzo, trovando, però così, senza troppi sussulti, una definitiva soluzione al problema del dove trascorrere la vecchiaia.

     Quanto al come, che resta ad ogni modo la vera questione e non solo per  i clienti della Ilardo,  l’indomita signora non ha dubbi: presa, pur alle soglie dei settant’anni,  dalla magia del colpo di spugna, che restituisce alla lavagna la verginità e consente di tracciarvi nuovi segni dai colori inediti, si inventerà nuove geometrie.

      O toh guarda, le geometrie! Eccolo  il punto, il terreno su cui l’autrice, un po’ Isabella Maggio a sua volta e  come lei  affascinata dall’intelletto ma insieme guidata da un’anima sognatrice in una con un sostanzioso senso pratico,  può divertirsi ad incrociare destini e vissuti, sì da pagare il suo personale tributo alle inevitabili  richieste di ogni proposta narrativa che pretende svolgimenti, nodi, snodi, soluzioni più o meno conchiuse. Ma dando la stura alla sua polifonia ideativa Lia Messina rende soprattutto la Residenza “Anni d’Argento” un riflesso di vita, palpitante di emozioni, sentimenti, e perché no ancora di sogni, fantasie, desideri e progetti, sempre delineati con delicatezza di tocco  e fine penetrazione nelle cinquanta e passa sfumature dell’animo umano, secondo il  terenziano  homo sum: humani nihil alienum a me puto.

     Per non guastare ai lettori il piacere della scoperta e l’esito degli sviluppi di questo che  più del romanzo mi è sembrato assumere i tratti della concatenazione di racconti incastonati all’interno di una cornice unificante, preferisco non anticipare altro ma mi sento di confermare che le geometrie costruite dall’autrice - demiurga di questo peculiare kosmos contempleranno alla fine nuovi equilibri e nuove scoperte, non solo per l’elite dei Residenti ma anche per i giovani che con loro interagiranno, prima tra tutti Noemi, la nipote che chiama “mamma” Marisa, e Francesco, il quarantenne altrovista che impiegherà circa tre anni per accettare  un impegno sentimentale più responsabile e vincolante, o gli altri figli e nipoti che restano sullo sfondo ma non appaiono troppo baciati  dal privilegio della propria giovinezza. Si affannano spesso infatti anche loro, tra zii e genitori che sfuggono al controllo, o vanno seguiti all’improvviso, mentre il lavoro urge e la vita non sempre offre il suo volto più benevolo. E d’altra parte, quale giovane può proclamarsi veramente al riparo da guai, rovesci di fortuna, incidenti o malattie? E come può divenire difficile saper cogliere il momento o riconoscere le persone, dato che le relazioni umane sono la cosa meno catalogabile che esista? E chi può difendersi, a qualunque età, dal mondo e dagli sguardi superficiali e curiosi degli altri? E cosa si difende, se non si è nemmeno sicuri della propria identità e se lo specchio non basta a definirci? Metafora del cambiamento e della trasformazione fisica ma anche dell’inganno della evidenza sulla sostanza, la ritualità dello specchiarsi è non a caso particolarmente insistita nell’universo di “ Anni d’argento”, e caratterizza soprattutto la direttrice della Residenza, una che viveva un po’ appartata, che aveva allevato la nipote rimasta orfana della madre, che aveva creato una casa di riposo per anziani agiati e non troppo malandati. Una che nessuno poteva dire di conoscere profondamente, ma che tutti in città, credevano di sapere chi fosse. Una che era riuscita ad essere originale senza oltrepassare la soglia della stravaganza, riservata ma non scorbutica… Così in fondo appariva ai propri stessi occhi, e non avrebbe saputo dire quanto somigliasse ai suoi sogni la donna anziana, elegante, soavemente autoritaria, che ogni mattina vedeva riflessa nei numerosi specchi disseminati lungo il tragitto della sua abitazione all’attigua casa di riposo… Quella piega disillusa delle labbra che ne tirava gli angoli verso il basso, le guance scavate al posto degli zigomi tonici, quando avevano conquistato stabilmente il viso che – le vecchie foto lo dimostravano – un tempo era stato il suo? La donna nello specchio non sapeva rispondere.

     Il suo è infatti prevalentemente non un essere ma un andare in scena e perché nulla scalfisca la cortina di cristallo di cui si è circondata alla morte di Piero -- l’uomo profondamente amato ma pure condiviso con la legittima consorte --, o turbi il suo sguardo sul mondo ben governato ed ordinato  della casa di riposo da lei creata, Maria Ilardo tratta i suoi ospiti con una sussiegosa gentilezza priva di autentico calore, quasi intendesse evitare contaminazioni fra il suo mondo privato e il suo lavoro, come ben sa Antonio Marletta, il portinaio della dimora. Insieme a Noemi ed alla fidata governante Domenica, egli l’unico a conoscere il passaggio segreto che mette in comunicazione la casa di riposo con quella della direttrice, le due parti di una stessa villa originaria, appoggiate una all’altra come due persone sedute schiena contro schiena, vicine e distanti al tempo stesso. Ma sa anche che la donna che gli ha cambiato praticamente la vita non può andare oltre i confini di una solida muraglia di riserbo, rigidamente controllata, ovvero di un modo d’essere e percepire il mondo che ha finito per condizionarla fortemente, tant’è che le opzioni lessicali con cui l’autrice descrive la sfera d’azione della sua protagonista rientrano  prevalentemente nella gamma del “gelo”, del “recinto”, della “separatezza”,  della “barriera”. E ovviamente delle “porte chiuse”, che certo possono naturalmente circoscrivere gli spazi di qualunque abitazione comunitaria, ma pure configurarsi  come  metafora sentimentale ed emotiva. E perfino come sinonimo della cinica freddezza con cui la direttrice mette invariabilmente alla porta o respinge gli ospiti proprio quando più avrebbero  bisogno di accoglienza, assistenza e cure.

   La sua scelta  – quasi una mannaia pronta a tranciare lo “scandalo” della malattia e della morte  --, priva di ripensamenti, rimorsi o deroghe anche dopo il suicidio di un’ospite, mi ha in qualche modo riportato alla memoria l’inesorabile condotta dell’ Esercito della Salute Pubblica  ne I Viaggiatori della sera, film del 1979, con O. Vanoni e Ugo Tognazzi, in  cui si delineano gli inquietanti scenari futuribili di un’altra comunità dorata con la  sconcertante soluzione finale della crociera  per anziani.

     Ma la scoperta a  cui Rosalia Messina chiamerà infine la sua protagonista sarà ben diversa da quella dei due interpreti sopra citati e il particolare pathei mathos che le riserva  ha la funzione di  sconvolgerle la vita non per destinarla alla morte ma per consentirle di infrangere l’icona algida e perfetta che si è costruita, così da potersi rimettere in gioco come donna, sia pure in un presente terremotato. Perciò, se come infine Marisa è costretta ad ammettere, gli anni l’hanno raggiunta e, dando ragione a Settimo Grado, nel suo caso sono tutt’altro che d’argento, è anche vero che adesso che nessun controllo le è possibile, lei può finalmente riposare. E chissà, forse anche godersi lo splendore della campagna e il bel sole che fa capolino, e i pochi ma profondi rapporti umani che appaiono stemperare le inquietudini del suo nuovo presente.

 E del resto, la vita inventa sempre nuovi modi di sorprenderci, ammonisce un altro personaggio, Lorenzo, e, come ci ricorda “quella dei libri” Isabella Maggio, (ancora lei), abituata a conoscere se stessa e la realtà attraverso la voce di poeti e scrittori, ogni cosa può avere più lati, alcuni più in ombra, altri meno evanescenti e tutto si può leggere in diversi modi. Le ruberemo perciò questa sua caleidoscopica prospettiva – che mi fa piacere pensare sia anche quella suggerita dall’autrice con questo suo lucido, pregnante e coraggioso lavoro di scavo su un tema tanto problematico e si sarebbe tentati di dire diversamente accattivante - per concludere insieme ad  Emily Dickinson:

         La speranza è un essere piumato che si posa sull’anima …

Grazie.»
Catania, 23 febbraio 2015
Gabriella Vergari
                                                                                                        




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