Volevo leggere questo libro da tempo. In realtà volevo
leggere da tempo un qualunque libro di Remo Bassini. Per motivi che
probabilmente a molti sembreranno sciocchi o incomprensibili. Il fatto è che per ogni libro che ho letto
(migliaia) c’è stata una molla diversa. E penso − ma forse mi sbaglio − che per
ogni lettore sia così. Alcuni libri si leggono semplicemente perché ci capitano
sotto mano, come per esempio mi è accaduto − avevo dieci anni − con Il ponte di San Luis Rey, di Thornton
Wilder. Un romanzo che ho amato tanto e che avevo scovato tra molti volumi, nelle
ore di noia delle vacanze di Natale, a casa di una zia che andavamo a trovare
spesso; talvolta lo rileggo ancora. Altri libri si leggono perché ce li
regalano. In libreria, poi, possiamo essere catturati da una copertina. A volte
ci basta il nome dell’autore, perché abbiamo letto altre cose che ha scritto e
ci sono piaciute: a me è successo e succede, per esempio e tra altri, con
Philip Roth, Yehoshua, Anne Tyler, Margaret Mazzantini e Melania Mazzucco. Giusto
per indicare qualcuno degli infiniti modi in cui può avvenire l’incontro fra
lettore e libro e fra lettore e autore.
Vicolo del
Precipizio (ed. Perdisapop) di Remo Bassini l’ho scelto per tante ragioni.
Innanzitutto perché l’autore, nelle foto in circolazione, ha quella faccia da
ragazzo degli anni Cinquanta, e se a qualcuno sembra una ragione futile non so
che farci, posso dire senza vergognarmene che nei libri degli altri cerco anche
qualche parte di me e che per gli autori che hanno più o meno la mia età ho un
particolare trasporto. Poi trovo interessanti le riflessioni di Bassini pescate
qua e là in rete. Un’altra ragione, non meno importante, è che non se la tira
per niente (non se la tira punto, direbbe lui), gli chiedi da sconosciuta un
contatto su Facebook e risponde garbato e asciutto come sanno essere i toscani,
che a tutti stanno antipatici e a me invece no, anche perché sono gli unici a
usare ancora il codesto, latitante
dalle altre parlate d’Italia; e non lo senti dire solo ai professori di
lettere, ma anche all’oste che ti indica il vino che t’ha appena versato e alla
signora che al mercato ti vende la frutta.
È quindi arrivato il momento di un libro di Remo Bassini.
Da ultimo mi sentivo in colpa ogni volta che compravo un
libro di carta, non ho davvero più spazio − come dicevo in un altro post − e così
ho saltato il fosso, ho optato per i libri digitali (li chiamo così per far
contento il mio amico Santino Mirabella, molto severo con chi usa l’inglese
invece dell’italiano). E come sempre mi accade quando riesco a conquistare un
qualunque scampolo di libertà (non mi sentivo più libera, quando compravo
volumi che poi avrei avuto difficoltà a collocare nella mia casa straripante di
carta; mi trattenevo, valutando preoccupata le dimensioni), sono stata colta da
una intensa trascurabile felicità
(come la chiama Francesco Piccolo; voglio ricordarlo, altrimenti finirà per
accadere quello che è accaduto col nuovo
che avanza, che è il titolo di un racconto bellissimo di Michele Serra e
nessuno se lo ricorda più). Da quando ho deciso che il digitale, pur difettando
del profumo della carta di cui tutti ormai si dichiarano cultori, risponde alla
mia esigenza di alleggerirmi dei possessi
terreni (è il titolo in italiano di un libro di Anne Tyler) ho comprato Mancarsi di De Silva, due libri proprio della
Tyler e Vicolo del precipizio, che
inaugurano questa nuova stagione di libertà.
Remo Bassini scrive come mi aspettavo. Asciutto, lineare,
incisivo. Scrive (almeno in questo libro, non ho ancora letto altro, ma
riparerò) di sentimenti, senza cadere nel dolciastro (si può, si può, fidatevi,
signori uomini, si possono raccontare i sentimenti, al cinema e nei libri,
senza che vi si alzi la glicemia; e poi figurarsi, un toscano, uno della
provincia di Arezzo, certo non è nelle sue pagine che troverete sdolcinature).
Scrive di memorie, Remo Bassini, cosa che mi piace
moltissimo, perché sono i ricordi, il modo in cui inconsciamente selezioniamo
cosa trattenere del nostro passato e cosa buttare nella spazzatura, a conferire
alla nostra esistenza una fisionomia precisa e unica, inconfondibile,
nonostante la maggior parte delle tappe della vita di tutti si assomiglino, per
lo più.
Il protagonista del romanzo, Tiziano, vive appunto di
ricordi: “Vanno coltivati i ricordi, ha
ragione il babbo, che si è fatto vecchio. Già lo so: riconcorrendoli, mi farò
male”. Mi riconosco in pieno in questo, tant’è vero che in un mio racconto,
pubblicato qualche anno fa in un’antologia di autori vari, la protagonista dice
di coltivare memorie come si coltivano piante, amicizie, ambizioni.
Tiziano i suoi ricordi, a un certo punto, li scrive. Perché
− altro elemento per me affascinante − questo libro ha per protagonista uno
scrittore. Uno che dopo un iniziale, imprevisto successo, scaturito dalla
fortunata pubblicazione di un libro di racconti (I racconti dell’osteria), si ritrova a fare il ghostwriter, con una certa nausea per questo lavoro e per tutto
quel mondo di editori e autori noti ma senza talento che è costretto a
frequentare (“Tiziano non ha mai capito in
che modo ragionino e scelgano i libri da lanciare, il suo capo e le case
editrici che si fanno consigliare da lui o da altri agenti. Qualcosa sì, certo.
Una scrittrice che è pure carina ha più possibilità di una grassa e punto
bella; uno scrittore giovane e brillante ha più possibilità di un cinquantenne
timido, che magari soffre di attacchi di panico e mai e poi mai andrebbe in
tivù”). Uno che ha amato due donne, una che l’ha fatto soffrire, l’altra l’ha
fatta soffrire lui, tormentato dal fantasma del primo amore, ritenuto insostituibile
e che gli intossica la vita. Uno destinato al rimpianto cronico, perché “Le cose, per farsele piacere, bisogna
lasciarle”. Uno che cerca di vivere secondo i consigli di un’amica
psicologa, secondo cui “Uno scrittore
deve vivere come se scrivesse anche quando non scrive”, perché a volte la
capacità d’inventare una storia su due piedi, dal niente, può risultare utile
anche nel quotidiano. Meno bene gli riesce di seguire l’altro prezioso consiglio
dell’amica, “Le pagine della tua vita tu
trattale bene”.
Arriva un momento,
nella vita di Tiziano, in cui scrivere solo per gli altri non gli basta
più. Una storia che vuol essere narrata gli urge dentro e inizia a scriverla. È
la storia dei fantasmi che albergano nel suo “cervello pieno di tarli”, nutriti dall’immaginazione e dalla
gelosia. Scrive per sdebitarsi nei confronti delle persone nei cui confronti si
sente in colpa: una donna, Cristina; un amico, Mariano. Scrive per chetare il
veleno che gli circola dentro.
Vicolo del
precipizio è come un grande puzzle, costruito con tanti frammenti di storie
diverse, incastrati perfettamente gli uni negli altri; una storia in cui, come Tiziano
dice a un certo punto, “è tutto inventato
e tutto vero”. Perché io sono convinta che quello che raccontiamo nei libri
è vero in un senso particolare, è vero perché qualche ingrediente di vita
vissuta (da noi o dagli altri) qua e là lo si introduce, trasfigurandolo e mescolandolo
a fatti inventati ma possibili, che a qualcuno che non conosciamo sono accaduti
oppure, prima o poi, accadranno. Nella mia piccola e modestissima esperienza di
narratrice di storie, mì è capitato diverse volte di sentirmi dire “ma questa è
la mia storia!” L'emozione è stata sempre grandissima, tutto quello che ho saputo fare, di solito, è stato sorridere come una scema.
La narrazione procede secondo due modalità alternate: nei
capitoli ambientati a Torino troviamo il presente, cioè Tiziano che scrive e
scrive, compulsivamente, e sembra che solo quando scrive si senta vivo; poi
ogni tanto deve occuparsi d’altro, quindi riemerge da quel tuffo dentro se
stesso, dentro il passato che sta rivisitando e raccontando, per poi tornare
lì, a scrivere ancora. Scrive tutta la notte. Una vicina lo guarda, lo spia, e
lui guarda lei; solitudini urbane affacciate una sull’altra. Ed è la vicina,
Alice, a interessarsi a lui, Tiziano è troppo preso dai conti con i ricordi che
fanno male per essere veramente disponibile. E di questi ricordi che fanno male
sono intessuti i capitoli intitolati Vicolo
del Precipizio: ci sono le ferite mal rimarginate, gli idoli
dell’adolescenza, i nodi venefici della storia familiare, le figure
carismatiche delle donne cui Tiziano deve la sua vocazione di narratore, gli
abbagli che a volte ha preso (costruendosi una visione della realtà deformata che
gli ha fatto fare cose destinate a diventare ricordi dolorosi), tutti i torti
inflitti e ricevuti, e l’ossessione del numero venticinque che gli porta
sfortuna. Ci sono, in questi capitoli, memorabili abitanti di Cortona, e Cortona
stessa (a me, che non ci sono mai stata, Bassini ha fatto venire voglia di
conoscerla), “che oggi vive di turismo ma
che ha conservato un’anima antica, contadina”. Anch’io serbo memoria di quell’Italia.
Allora la gente di Cortona e quella di Caltanissetta (e di Vibo Valentia, e di
certi paesi abruzzesi, per citare solo realtà che ho conosciuto) non viveva in
modo tanto diverso e nessuno parlava l’italiano, i fatti degli altri erano il
principale passatempo, imperava la cultura maschilista che divideva le donne in
puttane e madonne, quando ancora non era politicamente scorretto dirlo (adesso
la summa divisio è ancora lì, radicata
nel profondo dell’animo maschile e anche in quello di molte donne, ma siccome
un’idea di ciò che è politicamente scorretto ce l’hanno più o meno tutti non si
dice; non ad alta voce, almeno). Insomma, nella Cortona in cui ci trasporta
questo libro ritroviamo tutte le ombre e le luci della provincia italiana, che
si può amare oppure odiare, e anche quando si fugge da essa poi si torna a
cercarla, come si torna agli amori infelici che non si lasciano dimenticare.
Nella grande città in cui ha scelto di vivere e di
lavorare Tiziano soffre di nostalgia, perché “Torino sarà ricca di belle piazze ma una piazza come la intendo io non
ce l’ha. A Cortona, se hai un problema o un peso dentro, lo puoi portare lì, in
piazza, e poi con gli amici puoi andare a cena, e magari parlare fino a notte
fonda”; e poi “Cortona è il profumo dell’olio d’oliva sul pane, è il volto duro dei vecchi che giocano a carte
in un bar e che ti guardano male se entri e vedono che non sei del posto”.
Ma le cose non sono così semplici, perché quando si trova a Cortona Tiziano
rimpiange la nebbia di Torino, “che avvolge
e ti protegge, quasi”, perché in fondo la cosa migliore sarebbe “avere due strade da poter scegliere: quella
del silenzio (anonima lei, la strada, e anonimo tu, coi pesi che porti dentro) e
quella dei sorrisi e dei racconti e delle confidenze a ogni angolo”.
Per tutte queste ragioni Vicolo del Precipizio è un libro che consiglio di leggere. E poi mi
sbaglierò, ma sono convinta che anche chi non ha conosciuto questo nostro paese
com’era prima del pc, dei cellulari e del bipolarismo in salsa italiana può
trovarci dentro qualche parte di sé.
Rosalia Messina
Rosalia Messina
Grazie (la prima parte, non fossi un toscano "ruvido", stava per commuovermi; o forse mi ha commosso, chissà). Ancora grazie e un abbraccio.
RispondiElimina