Io scrivo

Alcune delle storie che ho inventato sono diventate libri editi; spero che altre lo diventino in seguito.










"Il senso di una fine" di Julian Barnes

   "Vuoi lasciarti indietro quest'ultimo ricordo, e fare in modo che sia buono. Vuoi che si pensi a te con dolcezza, nel caso in cui il tuo aereo dovesse rivelarsi proprio quello meno sicuro che andare a piedi fino al negozio d'angolo.
   E se ci comportiamo così prima di cinque notti di vacanza invernale a Maiorca, perché non dovrebbe verificarsi qualcosa di analogo e di più vasta portata verso la fine della vita, quando vediamo avvicinarsi il viagetto finale: la scarrellata a motore al di là delle tende di un crematorio? Non pensate male di me, ricordatemi con favore. Dite in giro che mi volevate bene, che vi piacevo, che non ero un bastardo. Anche se, magari, niente di tutto questo è vero".

Julian Barnes, Il senso di una fine - all rights reserved




    A me il libro è piaciuto. Forse hanno ragione coloro che non riescono a considerarlo un capolavoro, come, per esempio, Christian Raimo, il severo recensore di Minima & moralia, ma il suo giudizio acuminato mi sembra eccessivo e solo in parte giustificato dal fatto che chi lo ha scritto è piuttosto arrabbiato perché gli sembra che l'autore abbia trattato il lettore da fesso (la recensione, per altro, contiene molte interessantissime riflessioni sui temi di fondo del romanzo e l'ho letta con piacere). 
  Ad altri recensori il romanzo di Barnes, che ha vinto il Man Booker Prize 2011, ha fatto un'ottima impressione; Nadia Fusini, per esempio, lo definisce un "capolavoro minimo, niente affatto minimalista".
  Per fortuna io sono soltanto una lettrice che ama parlare di libri senza la pretesa di recensirli. Lo scavo nei ricordi dell'anziano protagonista, Tony, mi ha preso e talvolta commosso.                   
  Spero di avervi fatto venire abbastanza curiosità da leggerlo.

                             Rosalia Messina
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